Storia di Rimini – La linea gotica

Linea Gotica

L’importanza di Rimini

Secondo Amedeo Montemaggi, storico della Linea Gotica, la battaglia nei pressi di Rimini è tra le più cruciali (ed ignorate) di tutta la seconda guerra mondiale:
definita allora come “la più grande battaglia di mezzi mai combattuta in Italia”, vi presero parte 1,2 milioni di soldati (di cui 1 milione nella fazione alleata, per l’80% britannici) e migliaia di aerei, cannoni e carri armati.

L’importanza di tale offensiva era avvertita soprattutto dalle truppe britanniche, per motivi politici che ebbero necessariamente un effetto sul massiccio dispiego di mezzi militari.

Infatti nonostante, con lo sbarco in Sicilia del luglio 1943 e la campagna d’Italia, si fosse dato il primo assalto a quella che le potenze dell’Asse definivano la “fortezza Europa”, nella seconda metà del 1944 si riteneva generalmente che il fronte italiano avesse ormai perso di importanza:
nel frattempo, infatti, Roma era stata liberata e soprattutto gli Alleati erano sbarcati anche in Normandia e Francia meridionale, mentre i sovietici avanzavano rapidamente da oriente verso la Germania.

Non era questa però l’opinione di Winston Churchill, il primo ministro britannico, alfiere del capitalismo liberale, uno dei tre leader della coalizione alleata, che riteneva il fronte italiano come fondamentale, non per la ormai certa sconfitta della Germania, ma per la definizione del futuro dell’Europa. Le conquiste militari di fatto avrebbero definito l’assetto politico post-bellico e, come poi avvenne con la “guerra fredda”, quindi anche la spartizione in due aree di influenza tra democrazia occidentale e comunismo sovietico.

Alla luce delle prime divergenze con l’americano Roosevelt (meno interessato al continente europeo) e soprattutto con il sovietico Stalin, Churchill era convinto che conquistare e risalire l’Italia fosse indispensabile per raggiungere e controllare, prima dell’Urss, il mar Mediterraneo e la penisola Balcanica (entrambi fondamentali per il futuro assetto dell’Europa).

Per questo motivo, il 25 agosto 1944, da Montemaggiore sul Metauro, a pochi chilometri dal fronte, Churchill lanciò personalmente l’offensiva (nelle intenzioni del tutto britannica e con comandante britannico, il generale Alexander) per infrangere la Linea Gotica, contro il parere dell’alleato americano e con l’intento di arrivare al più presto al varco di Lubiana e prevenire l’ingresso dell’Armata Rossa sovietica nei Balcani ancora incerti.

L’operazione passò alla storia con una serie di nomi: “offensiva d’estate”, “battaglia di Rimini”, “operazione Olive”, “offensiva della Linea Gotica”. L’offensiva della linea gotica era per la conquista di Rimini, nodo strategicamente importantissimo perché porta d’ingresso dallo stretto versante adriatico alla pianura Padana, da cui allargare l’iniziativa militare.  

Linea Gotica

La Linea Gotica a Rimini

Fino al 28 agosto 1944 Rimini aveva già conosciuto 92 giorni di incursioni aeree alleate, con 372 ondate di bombardieri, pesanti, medi e leggeri, iniziate il 1° novembre 1943 con le prime 68 vittime. Già a fine gennaio, quando i bombardamenti cominciarono a colpire anche il circondario, in città erano rimaste solo 3 mila persone su 40mila.

Le devastazioni colpirono un territorio che dal novembre 1942 ospitava gli sfollati provenienti dal resto della penisola già sotto il fuoco alleato: quasi 21 mila persone nella sola provincia di Forlì (di cui allora Rimini faceva parte), raccolte soprattutto nei centri turistici della zona costiera, che poi crebbero ulteriormente per effetto dell’evacuazione forzata (ordinata dai tedeschi) o volontaria dalle zone poste in prossimità del fronte militare che intanto risaliva l’Italia.

Quando anche la Romagna divenne zona strategica per le linee difensive tedesche, ai bombardamenti alleati si sommarono l’evacuazione a scopo militare e la distruzione di case ed alberghi, attuando solo in parte un piano di sgombero di tutta la popolazione entro 10 chilometri dalla costa che originariamente prevedeva la demolizione di 800 edifici a Rimini, 200 a Riccione, 90 a Cesenatico e tanti altri lungo il litorale.

Gli sfollati furono così costretti a fuggire nuovamente, verso un qualche rifugio più sicuro, assieme alla popolazione che fino a poco prima li ospitava, risalendo entrambi, disordinatamente, valli e colline dell’entroterra, trascinandosi beni ed animali.
Dal solo circondario riminese furono circa 55mila le persone a muoversi in cerca di salvezza.

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Per molti di loro ed altri ancora, il territorio della Repubblica di San Marino costituì un’ancora di salvezza che altre città italiane non poterono avere: neutrale perché inoffensivo e indifeso, nonostante le minacce di invasione del governo repubblichino e dei comandanti tedeschi (che, nel dicembre 1943, incolpavano le autorità sanmarinesi di dare rifugio agli ebrei o, nell’Aprile 1944, a disertori, renitenti alla leva e antifascisti), nonostante il bombardamento aereo alleato del 26 giugno 1944, con 56 vittime, nonostante l’ingresso delle forze tedesche in ritirata a inizio settembre e i combattimenti che ne seguirono.

Nel territorio sanmarinese, accolti e sostenuti da governo e popolazione, gli sfollati italiani erano 7 mila al termine del 1943, il doppio nel giugno 1944, salirono improvvisamente fino a 100 mila, all’approssimarsi dei combattimenti, accalcandosi ovunque, in tutte le frazioni, in tutti gli angoli, anche e soprattutto nelle gallerie ferroviarie della linea Rimini-San Marino.

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I disagi dello sfollamento erano drammaticamente acuiti dalle razzie di beni, mezzi e animali operate dalle truppe tedesche e soprattutto, assieme alle autorità e all’ esercito repubblichino, dai rastrellamenti di uomini, per il reclutamento obbligatorio nelle loro fila e poi per la punizione dei renitenti alla leva, passabili per le armi, o per la costruzione delle fortificazioni difensive della Linea Gotica con l’inquadramento nell’organizzazione Todt (che nella primavera 1944 contava 2 mila operai nel circondario riminese), esperienza che talvolta sfociava arbitrariamente nella deportazione come manodopera in Germania.

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Nel marzo 1944 sorse il CLN (Comitato Liberazione Nazionale) del circondario di Rimini, in clandestinità, a cui si raccordavano tutti i comitati nati parallelamente nei comuni della costa, della Valmarecchia e della Valconca, oltre alle formazioni militari che iniziarono ad operare sulle colline, contrapponendosi all’occupazione tedesca e alle brigate nere fasciste. Guidata da Paolo Tacchi, la brigata fascista di Rimini partecipò nel mese successivo ai grandi rastrellamenti sulle montagne forlivesi e pesaresi.

Sulla costa il movimento di Resistenza non poté rivestire il ruolo militare che ebbe nel resto della Romagna: le difficoltà erano enormi in un territorio ristretto, privo di montagne, solcato da molte vie di grande comunicazione, esposto al controllo militare nazifascista, socialmente disintegrato dalla guerra, dai bombardamenti, dalla paralisi economica, dalla enorme massa degli sfollati.

In una società divenuta “nomade” per necessità, le azioni partigiane lungo il litorale, con una rete di nuclei sparsi, furono rapide e mobili, soprattutto mirate al sabotaggio delle linee tedesche, ad attività di volantinaggio e di propaganda, all’aiuto a renitenti e disertori della leva repubblichina, al soccorso e alla protezione degli aviatori alleati colpiti, alla funzione di collegamento tra i vari nuclei partigiani, alla raccolta di informazioni, viveri e armi per le formazioni che operavano in montagna: le bande armate operanti nell’Alto Appennino Forlivese, inquadrate nella 8a Brigata Garibaldi romagnola, quelle nell’alta Valmarecchia, a Carpegna e nella valle del Foglia, inquadrate nella 5a Brigata Garibaldi pesarese, oltre a formazioni autonome di ispirazione repubblicana, cattolica o azionista.

Dall’attività sostanzialmente di sabotaggio e di supporto alle formazioni di montagna e di sabotaggio, si passò progressivamente nell’estate 1944 anche ad azioni militari più complesse con numerosi attentati e scontri che culminarono nell’episodio più drammatico per la Resistenza riminese, il 16 agosto, in piazza Giulio Cesare, con l’impiccagione dei tre partigiani Mario Cappelli, Luigi Nicolò e Adelio Pagliarani. All’indomani il commissario straordinario Ughi dispose la rimozione delle salme, nonostante l’ordine del comando tedesco che rimanessero esposte per tre giorni come monito a tutta la popolazione.

Infine, con l’arrivo dei primi Alleati nei pressi dei centri costieri e delle borgate della Valconca, i gruppi clandestini della Resistenza scesero apertamente sul campo bellico, diventando essi stessi avanguardie delle avanguardie, a volte affiancandosi a quelle, altre volte mescolandovisi e appoggiandole.

Dalle relazioni ufficiali si ricava un complesso di circa 400 giovani, corresponsabilizzati in misura maggiore o minore nelle attività clandestine dell’area riminese, tra i quali si contano 7 vittime e 8 feriti nel corso delle varie azioni.  

L’offensiva sulla Linea Gotica

Per gli Alleati conquistare Rimini significava infrangere la Linea Gotica. Questa era una linea di fortificazioni difensive ideata dal feldmaresciallo Rommel e fatta frettolosamente costruire dai tedeschi nel corso del 1944. A questo scopo vennero impiegati 18mila lavoratori italiani reclutati sul posto dall’Organizzazione Todt.

La Linea Gotica tagliava in due la penisola italiana da Massa Carrara a Pesaro, estendendosi per una lunghezza di 320 chilometri e con una profondità che in alcuni punti raggiungeva i 30 chilometri (come nel tratto adriatico da Pesaro a Rimini, sulla costa tirrenica e nel settore a cavallo del Passo della Futa).

Ribattezzata dai tedeschi “Linea Verde” nel giugno 1944 (il nome Gotica, originariamente assegnato da Hitler in persona per dare un carattere epico alla difesa, venne poi scoperto e ripreso dagli Alleati, a scopo propagandistico, per conferire un tono ugualmente eroico al loro attacco), era dotata di difese di vario genere, tra le quali profondi campi minati, reticolati, torrette di pantera e cavalli di frisia, fossati anticarro, trincee e caverne scavate nella roccia, ricoveri, rifugi in acciaio e bunker per l’artiglieria e per le mitragliatrici.

Più in dettaglio, era dotata di 2.376 postazioni di mitragliatrice, 479 di cannoni anticarro, mortai e cannoni d’assalto, 120mila metri di reticolati e molte miglia di fossati anticarro. Sul lato adriatico la postazione principale della Linea Gotica era lungo il fiume Foglia, all’altezza di Pesaro, ma in realtà era costituita da una successione di linee difensive:

  • la “Linea Rossa”, un avamposto che fungeva da zona di sicurezza, lungo il fiume Metauro che sfocia a Fano.
  • la “Linea Verde numero 1”, all’altezza del fiume Foglia.
  • la “Linea Verde numero 2”, lungo la direttrice che da Riccione arrivava sulle colline, a Montefiore Conca e Gemmano.
  • la “Linea Gialla”, a difesa di Rimini. L’offensiva fu estremamente dura e sanguinosa, impostata su una manovra a tenaglia che vedeva l’8a Armata Britannica, agli ordini del generale Leese, sull’ala destra dell’Adriatico (il “settore Teodorico”) e la 5a Armata Americana, agli ordini del generale Clark, all’ala sinistra del centro appenninico (il “settore Alarico”).

Complessivamente, il milione di uomini sulla Linea Gotica a disposizione del generale britannico Alexander proveniva da 26 nazioni: Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda, Sudafrica, Francia, Polonia, Italia, Brasile, India, Nepal, Belgio, Jugoslavia, Grecia, Terranova, Caraibi, Israele, Siria-Libano, Cipro, Senegal, Basutoland, Swaziland, Botswana, Seychelles, Mauritius, Rodriguez.

Il generale inglese Harold Alexander

A rispondere a questa offensiva fu la 10a Armata tedesca, agli ordini del generale Von Vietinghoff e del suo superiore, il feldmaresciallo Kesserling, supportata da altre sette divisioni di rinforzo da altri fronti.

Dopo il primo attacco del 25 agosto lo sfondamento delle prime due linee, sui fiumi Metauro e Foglia, avvenne molto rapidamente, grazie alle forze canadesi, polacche e britanniche. Il 3 settembre gli Alleati erano già sulla linea del fiume Conca (tra Cattolica, San Giovanni in Marignano e Morciano di Romagna, fino a Montefiore Conca).

Puntando verso Rimini, sul fianco degli automezzi del 1° corpo d’armata canadese compariva la scritta “a Rimini a mezzogiorno”. Fu però molto più arduo e cruento superare le due linee successive: la Linea Verde numero 2 e la Gialla.

Tra il 4 e il 6 settembre si svolse la “prima battaglia di Coriano”: i canadesi vennero bloccati a Riccione e a Coriano, gli inglesi davanti a Passano e a San Savino. Questi ultimi, nel tentativo di aggirare il crinale di Coriano, vennero fermati ancora, a Croce e a Gemmano, con combattimenti tanto cruenti da ricordare tuttora il paese di Gemmano come “la Cassino dell’Adriatico”.

Tra il 12 e il 16 settembre un nuovo attacco, con la “seconda battaglia di Coriano”, ebbe miglior esito per gli Alleati. Il fronte tedesco, sconvolto dai bombardamenti da terra, cielo e mare, venne sfondato, ma gli Alleati non seppero sfruttare il successo e avanzare: a San Martino Montelabbate i canadesi vennero fermati per tre giorni; a Montescudo e Trarivi gli inglesi della 46a Divisione si scontrarono duramente con gli Alpini bavaresi del 100° Reggimento.

Solo la mattina del 17 il comando tedesco diede l’ordine di arretrare sul crinale che corre da San Marino al colle di Covignano, davanti a Rimini, e la battaglia si spostò nella valle del torrente Ausa.

Nonostante il sanguinoso scacco della cavalleria corazzata britannica a Montecieco, con la carica suicida dei Queen’s Bays (ribattezzata “la seconda Balaclava”, con 24 carri armati sui 27 all’attacco distrutti in pochi minuti), gli indiani sfondarono le difese tedesche nei pressi di San Marino e i canadesi superarono prima il colle di Covignano (o San Fortunato, come lo chiamarono le cronache alleate, percorso da 360 mila bombe e granate come, a parte la francese Caen, nessun altro luogo della seconda guerra mondiale), poi il fiume Marecchia all’altezza di San Martino in Riparotta, costringendo i tedeschi al ritiro.

Il 21 settembre 1944 venne liberata Rimini. I soldati greci (da allora la 3a Brigata greca si chiama “Brigata Rimini”), appoggiati dai carri armati neozelandesi, entrarono in una città fantasma, irriconoscibile, ingombra di macerie, trovando nella piazza principale ancora le forche dei tre partigiani impiccati il mese precedente.

Ad essi venne intitolata la piazza, Tre Martiri, con il primo atto della nuova giunta municipale presieduta dal sindaco Arturo Clari (l’ultimo democraticamente eletto prima della dittatura).

Con la guerra in casa, per la popolazione il mese di settembre 1944 fu il peggiore tra i 13 trascorsi sotto l’occupazione nazista: un continuo succedersi di battaglie, bombardamenti, prove spaventose per i civili nascosti per settimane in piccoli e malsicuri rifugi, un mese di atrocità e di eroismi per chiunque si trovasse sotto il fuoco tedesco o le bombe alleate che caddero da cielo, terra e mare.

Tutto il territorio subì distruzioni. I campi dissodati dalle granate, i centri abitati maciullati dagli scontri quotidiani, in paesi come Gemmano, Croce, Coriano e Mulazzano nulla venne risparmiato.

Passato il fronte, gli sfollati ritornarono a quel che era rimasto delle loro case. La vita rinacque lentamente, grazie anche all’apporto delle formazioni patriottiche che, di concerto con l’amministrazione alleata, si assunsero il gravoso compito di riorganizzare le strutture pubbliche e le polizie civiche per il soccorso alla gente spesso priva di tutto.

Oltre Rimini proseguirono i combattimenti. I fucilieri nepalesi della 43a Brigata Gurkha vennero coraggiosamente decimati a Torriana e Montebello (ricordando l’evento come “la strage dei Gurkha”), prima di riuscire a conquistare Santarcangelo.

A fine settembre, la battaglia si concluse con il successo tattico della presa di Rimini, porta verso la pianura Padana, ma con l’insuccesso strategico dell’arresto inglese sulle rive del Rubicone e di quello americano sull’Appennino centrale, a Monte Battaglia.

In un solo mese, sul lato adriatico della Linea Gotica, l’artiglieria alleata sparò quasi 1,5 milioni di colpi di cannone (furono 1,2 milioni a El Alamein e 500mila a Cassino), senza contare quelli tedeschi e i grossi calibri che provenivano delle navi britanniche al largo della costa, mentre gli aerei effettuarono 11.510 missioni (di cui 486 nel solo 18 settembre).

Le perdite, tra morti, feriti e dispersi di entrambi i fronti, fino al 21 settembre, giorno della liberazione di Rimini, ammontarono complessivamente a oltre 80mila uomini, inclusi i civili, e nel solo settore adriatico vennero danneggiati o distrutti 754 mezzi corazzati.

Il 30 settembre, giorno dell’ultimo bombardamento subito (questa volta da parte tedesca), furono stimati i danni provocati dalla guerra sulla città: l’82% dei fabbricati era stato distrutto, la percentuale più alta tra tutte le città italiane con più di 30 mila abitanti.  

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A Riccione

A Riccione, annunciati dai bombardamenti delle navi alleate al largo già dal giorno precedente, il primo scontro con i tedeschi avvenne alle sei di mattina del 3 settembre: i canadesi del Royal Canadian Regiment vennero bersagliati dalle mitragliatrici nemiche nella zona dell’Abissinia.

Pur privi di alcun appoggio corazzato, si fecero strada sulla via Flaminia fino alla chiesa di San Lorenzo, trasformata in caposaldo fortificato, alla cui difesa erano i paracadutisti tedeschi della 1a Divisione (soprannominati “i diavoli verdi di Montecassino” per le loro imprese sulla Linea Gustav) guidati dal generale Richard Heidrich con l’ordine di difendersi a oltranza.

La compagnia canadese, dopo accesi combattimenti anche all’arma bianca all’interno della chiesa, si ritirò il 6 settembre, ridotta a soli 18 uomini. In quei tre giorni ne morirono 31 ed altri 124 rimasero feriti o dispersi.

Dal 6 al 12 settembre, mentre la battaglia infuriava a Gemmano e a Croce di Montecolombo, a Riccione il fronte si era fermato in modo irreale: a sud del porto canale sul fiume Rio Melo, vi erano i canadesi con centinaia e centinaia di mezzi e la dovizia di tutto; a nord li attendevano gruppi radi di tedeschi, ma fortemente intenzionati a resistere nonostante la scarsità di artiglieria e carri armati.

Gli Alleati avrebbero potuto avanzare in forze, ma attenendosi al criterio della massima sicurezza, scelsero di non avanzare sulla costa avendo ancora il fianco sinistro esposto (quello delle colline che restavano in mano ai tedeschi e dove in quei giorni si combatteva furiosamente).

Per una settimana, dunque, tra le due linee del fronte a Riccione si stese la “terra di nessuno”, una zona da cui gli stessi abitanti erano stati fatti sfollare a sud del porto, nella quale di notte si infiltravano pattuglie dell’una e dell’altra parte, franchi tiratori che sparavano all’improvviso e forse anche sciacalli.

A rafforzare il fronte alleato giunse, nella notte tra l’8 e il 9 settembre, la 3a Brigata di montagna greca, che ebbe numerosi caduti respingendo due attacchi tedeschi e durante un’audace ricognizione nella zona da essi occupata.

Nella notte tra il 12 e il 13 settembre riprese in massa l’offensiva contro le posizioni tedesche: prima il fuoco di settecento cannoni per quattro ore e mezzo dall’intera linea alleata, poi l’attacco in vari punti del fronte. A Riccione avvenne sulla costa, sulla via Flaminia e sul fiume Marano (nei pressi del Ghetto del Molino e davanti all’aeroporto di Miramare). A condurlo per almeno altri tre giorni furono le forze canadesi e greche, con successo ma ancora con fortissime perdite, nonostante il supporto di corazzati e cannoni canadesi e neozelandesi, venendo anche costretti ad espugnare ogni singola casa combattendo alla baionetta.

Liberata, con i numerosi alberghi ora occupati dagli eserciti alleati, soprattutto nella zona Abissinia, Riccione diventò luogo di retrovia e ristoro per le truppe in licenza.
Già il 22 settembre, all’ Hotel Vienna scelto come proprio quartier generale, il generale Burns (comandante del 1° corpo d’armata canadese) ospitò il ministro britannico MacMillian (alto commissario nel governo militare alleato in Italia), il generale britannico Alexander (comandante di tutte le forze alleate presenti in Italia) e il generale Leese (comandante dell’8a Armata britannica).

Passato il fronte, vennero trovati nel pozzo della canonica della chiesa di San Lorenzo i resti di Luigi e Giulia Montali, fratello e sorella, entrambi anziani, del parroco don Giovanni Montali, ricercato come noto antifascista e fuggito da giugno verso il territorio sanmarinese. Erano stati assassinati poco prima dell’arrivo del fronte da una spedizione punitiva fascista contro il sacerdote. Don Montali, pur affermando di sapere chi ne fossero i responsabili, non volle mai denunciarli.

Nel dicembre 1944, dopo le dimissioni dell’avvocato milanese Adelmo Vivarelli, il CLN riccionese nominò sindaco Gianni Quondamatteo, ufficiale di marina durante il conflitto, poi comandante partigiano, anche ferito in uno scontro a fuoco a Gemmano. Scrittore e giornalista, agli inizi del 1945 tenne pure una rubrica dal nome “E’ passato il tedesco” sulla “Voce dell’ 8a Armata”, la radio mobile alleata posta a ridosso del fronte.

Nella prima delle sue dodici conversazioni radiofoniche, il 4 gennaio 1945, rivolgendosi agli italiani, disse:

Noi sappiamo che le baionette tutto possono; ma su di esse non ci si può sedere. Non rimane dunque che la strada maestra della ragione, costi pure sacrifici, rinunce, perdoni.

L’Enklave

L’offensiva alleata riprese subito ad ottobre, con una seconda fase detta “battaglia dei fiumi”, in preparazione della “operazione Gelignite” che avrebbe dovuto portare gli americani fino al Veneto e i britannici allo sbarco in Dalmazia.

Le pesanti perdite subite, le difficoltà nell’ottenere i rinforzi e gli approvvigionamenti necessari per continuare l’attacco, oltre all’arrivo prematuro della cattiva stagione, costrinsero però gli Alleati a rallentare l’iniziativa, mentre i tedeschi contrattaccarono in Garfagnana e a Ravenna.

Al 6 gennaio 1945, termine dell’offensiva, gli americani erano ancora fermi davanti a Bologna e i britannici, dopo aver liberato Forlì, Ravenna e Faenza, bloccati sul fiume Senio (la “linea Irmgard”), frustrando l’obiettivo strategico posto da Churchill di arrivare prima possibile a Lubiana e a Vienna. Dopo 135 giorni di combattimenti, complessivamente, le perdite sulla Linea Gotica ammontarono a 200 mila persone fra Alleati, tedeschi e italiani.

La campagna d’Italia terminerà definitivamente qualche mese più tardi con l’offensiva finale di primavera, detta “operazione Grapeshot” (cioè “Mitraglia”). Sul fronte italiano i tedeschi si arresero il 28 aprile e deposero le armi alle ore 14 del 2 maggio 1945.

Gli inglesi dell’8a Armata britannica scelsero fin da subito l’area di Rimini per raccogliere il cospicuo numero di soldati dell’esercito tedesco, catturati dopo la resa incondizionata nelle aree pedemontane alpine.

Sulla costa adriatica, tra Cervia e Riccione, fino all’entroterra cesenate, avendo al centro il campo di aviazione di Miramare, venne quindi a crearsi quello che fu denominato “Enklave Rimini”: un sistema complesso, aperto a metà maggio, di oltre una decina di campi di prigionia, dotati di infrastrutture complementari per il sostentamento degli internati.

Nell’Enklave si delinearono anche i primi tentativi di rieducazione alla democrazia, di discussione sulle responsabilità e colpe del nazismo, nonché sul futuro di una nuova Germania ed Europa, attraverso le pagine del giornale del campo “Die Brücke” (ovvero “il ponte”) scritto e pubblicato dagli stessi prigionieri.

Nei primi mesi estivi del 1945 giunsero nei campi romagnoli circa 150 mila persone, sorvegliate da militari britannici, polacchi ed italiani dell’esercito ricostituitosi nel sud. Complessivamente, nei quasi 2 anni in cui restarono aperti, transitarono circa 300 mila prigionieri, in gran parte tedeschi, ma anche provenienti da paesi alleati della Germania o arruolatisi nell’esercito tedesco (italiani repubblichini, francesi, fiamminghi, danesi, baltici, russi, ucraini, rumeni, slavi della Jugoslavia ed altri, per un totale di 24 nazionalità diverse).

Tra questi, passarono per l’Enklave anche diversi criminali di guerra: Erich Priebke, per più di un anno, corresponsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine; Walter Rauff, tra i protagonisti della distruzione di intere comunità ebraiche nell’Europa orientale e dal 1943 dirigente dei servizi segreti tedeschi nel Nord Italia. Eduard Roschmann, capitano delle SS, noto come “il macellaio di Riga” per la fama conquistata sul campo nello sterminio degli ebrei nei paesi baltici. Questi ed altri riuscirono facilmente a fuggire dai campi, grazie all’ampia libertà di movimento di cui godevano i prigionieri, e a raggiungere il Sud America, per mezzo della cosiddetta Rattenlinie (“la via dei topi”) resa possibile anche con il sostegno di alcuni alti prelati cattolici.
I campi dell’Enklave vennero chiusi nella primavera 1947.  


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