Dall’Ottocento ai giorni nostri

Dall’arrivo della Ferrovia al Terzo Millennio

Nel Ottocento, precisamente nel 1820, Bellaria contava 620 abitanti. Il primo censimento del Regno d’Italia (1861) ne registrerà, nell’intero “distretto”, 2.921. Restaurato il governo della Chiesa, dopo la fine del breve dominio napoleonico, emersero nel territorio di Bellaria-Bordonchio i grandi mutamenti nell’assetto della proprietà agraria con l’affermazione del latifondo.

Vasti appezzamenti di terreno erano detenuti da poche famiglie nobiliari riminesi, e non, collegate al regime ecclesiastico. Tra queste c’era quella dei Torlonia, che nella Roma papale aveva accumulato ingenti ricchezze grazie ai commerci ed alla gestione di attività finanziarie, legate a doppio filo con la Santa Sede. I loro possedimenti inglobavano gran parte della campagna bellariese, dal Rubicone all’Uso, da San Mauro al mare.

La “tenuta Torre” – così era chiamata la vasta azienda agricola passata di mano in mano fino alla famiglia Torlonia – fu suddivisa, nel corso dell’Ottocento, in 34 poderi assegnati a 32 famiglie coloniche con contratto annuale ed amministrata da “fattori”.

D’alto lignaggio erano i Bennicelli, anche loro patrizi romani, che tramite i servigi prestati a papa Pio IX avevano ottenuto in dono la “fattoria Castellabate”, diciannove poderi in quel di Borbonchio.
E, sempre a Bordonchio, v’era il conte Spina, proprietario di dieci poderi. Grandi latifondisti che, come signori d’altri tempi, si godevano ingenti rendite al riparo di austere dimore ed aviti castelli, quali l’antico maniero del XII secolo, i Bennicelli, e la grande magione costruita nella seconda metà dell’Ottocento, lo Spina.

Ben altra la condizione di vita dei loro contadini. Nonostante il miglioramento delle tecniche agrarie e l’azione di bonifica degli acquitrini, la carestia, con tutto il suo corollario di sventure, continuava ad essere una minaccia incombente ed il destino delle famiglie coloniche restava appeso ai capricci atmosferici.

Talvolta la scarsità dei raccolti e le gravi difficoltà nell’approvvigionamento alimentare scatenavano la rabbia popolare, come accadde nel maggio 1898, quando una serie di tumulti scoppiò a Bellaria e Bordonchio.

L’agricoltura rimase la principale fonte di lavoro e reddito per la gente di queste parti sino alla metà del XIX secolo. Nel corso degli anni era venuta affiancandosi all’opera dei campi un’attività di pesca di pura sussistenza praticata nei primi strati sabbiosi sulle rive del mare.

Solo alla fine dell’Ottocento Bellaria verrà segnalata fra le marinerie dotate di barche a vela, esercitanti la pesca cosiddetta “d’altura” ed il traffico mercantile costiero. Data a questo periodo lo sbocciare dei primi germogli di turismo, con la costruzione di alcuni villini, a breve distanza dal porto e soprattutto in località Cagnona, da parte di famiglie di ceto alto borghese ed aristocratico che avevano scoperto la “moda dei bagni”.

Al principio del XX secolo Bellaria non era che un piccolo villaggio di contadini-pescatori.
Il progresso, anche da queste parti, prese un nome: ferrovia. Fu con l’inaugurazione della stazione, infatti, che nel 1885 ebbe inizio la “modernizzazione”.
La strada ferrata rese più facilmente raggiungibile il “distretto” da parte di viaggiatori provenienti dalla Romagna e da altre località dell’Emilia e del Nord Italia.

In pochi decenni il flusso di ospiti crebbe progressivamente, favorendo il decollo dell’ economia locale e l’espansione dell’ aggregato urbano.
Sul versante destro dell’Uso la marina, denominata La Viàona, si trovava in uno stato semiselvaggio e disabitato.

La distesa sabbiosa, che dall’Uso al torrente Pedrera si allungava per 4 km, era del tutto priva di tracciati percorribili. Solo nei primi anni del Novecento spuntarono, non lontano dalla foce del fiume, ma abbastanza al sicuro da non temerne le piene, le prime abitazioni: casette di pescatori ed alcuni piccoli villini.

Un tratto di questo litorale divenne oggetto di un ambizioso progetto volto alla creazione ex-novo di un centro turistico ideale. Suo illuminato ideatore fu Vittorio Belli di Rimini (1870-1953).


Laureatosi in medicina, Belli trascorse cinque anni in Eritrea, allora colonia italiana, dove mise a frutto gli interessi di agronomia che aveva ereditato dal padre.

Ritornato a casa nel 1904, acquistò un tratto della distesa dunosa che dallo scalo del Rio del Moro ( ribattezzato Rio Pircio) si estendeva verso Bellaria e l’anno successivo, abbandonata l’attività di medico, si dedicò all’ elaborazione di un piano che trasformasse radicalmente quel luogo desolato in un’oasi di verde, sulla quale sarebbe armonicamente nato un centro di vacanze modello: attrezzato sia per le cure marine, con un moderno stabilimento idroterapico, che come centro di cultura, dotato di una grande biblioteca e di una preziosa collezione artistica.

I lavori iniziarono di gran carriera. I terreni furono bonificati e si scavarono pozzi artesiani per attingere alle falde acquifere sotterranee. Venne predisposto un piano regolatore con l’individuazione di aree fabbricabili da destinare alla vendita e si procedette alla semina di migliaia di pinoli che andrà avanti per un quinquennio.


Dopo la prima fase di assestamento, Vittorio Belli iniziò a promuovere la vendita dei lotti, attraverso inserzioni pubblicitarie. Nacque così Igea Marina, anche se il sogno di un’ “oasi verde” al servizio di una nascente industria delle vacanze a misura d’uomo e d’ambiente, coltivato dal Belli, rimase in gran parte scritto sulla carta.

Con l’avvento del regime fascista si aprì un nuovo capitolo della costruzione della “città turistica” sul litorale romagnolo.
Una delle iniziative assunte dal nuovo governo cittadino sul finire degli anni Venti fu la collocazione nella parte meridionale d’Igea, nel tratto compreso fra il Rio del Moro ed il torrente Pedrera, di una nuova area d’insediamento delle colonie marine.

Lo scopo era quello di dirottare le colonie in uno spazio marginale e di minor interesse turistico, onde evitare ulteriori ostacoli all’espansione edilizia nelle zone altamente valorizzate del centro.
Nella zona prescelta, «sita nelle immediate vicinanze della bella pineta di Igea”, era previsto l’impianto di un nuovo centro turistico, «una piccola città di Ospizi marini», che ancora non aveva precedenti altrove.

Fu così che nel 1928 Pavia iniziò e portò a termine in pochi mesi la sua meravigliosa colonia sul Lido d’Igea, e per ospitare i bimbi del comitato dell’ Opera Nazionale Maternità Infanzia di Milano fu inaugurata sullo stesso Lido la colonia Alba. Nel 1929 a queste due colonie si aggiunsero le nuove costruzioni della Maino per la Città di Gallarate, e della Colonia dei Fasci Femminili di Milano, e nel biennio successivo furono erette la Colonia della Federazione dei Ferrovieri Fascisti di Roma, con una capacità di 700 letti, e, ancora da parte della Provincia di Pavia, di un altro grande fabbricato a fianco di quello già esistente, elevando la capacità ricettiva della colonia fino ad 800 letti per turno. Con la costruzione della colonia del Fascio di Terni si completò il piano colonie previsto per Igea Marina.

Aveva preso vita un nuovo modello di ricettività turistica che, forte dell’imperativo di «rigenerazione della stirpe» voluto dal regime, avvierà nel giro di pochi anni migliaia di «giovani leve» alla prima esperienza balneare.
Nel 1908 il Comune di Rimini avviò lo studio di un progetto di porto per Bellaria, la cui stesura definitiva arriverà tre anni più tardi.

Si prevede la sistemazione e l’incanalamento del fiume Uso, rafforzando l’ingresso del nuovo porto con moli e pali di cemento armato e scogliere di protezione.
In realtà i lavori procedettero molto a rilento e solo dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, verranno ripresi con più vigore.

Nel frattempo cambia il volto del centro urbano. A mare della Borgata vecchia si espandono tumultuosamente le zone residenziali turistiche.
La “moda dei bagni” che aveva contagiato strati di alta borghesia ed aristocrazia urbana, a partire dal primo dopoguerra, ed in particolare nel corso degli anni Trenta, si trasformò in vero e proprio turismo di massa, incentivato anche dalle politiche sociali ed urbanistiche del regime fascista nella sua azione di consolidamento del consenso.
Il territorio e il suo sviluppo economico vennero definitivamente orientati a privilegiare la vocazione turistica.

Il 1956 è stato l’anno della sospirata conquista dell’autonomia comunale da Rimini.
Ed anche l’anno della svolta economica. La sinergia fra turismo, attività marinara ed agricoltura s’incrina e la bilancia pende del tutto a favore del primo comparto.

Il ventennio 1950-1970 sarà contraddistinto dal passaggio “dal turismo all’industria turistica” con l’affermarsi di una prima generazione di imprenditori della vacanza che si appresta a cogliere le opportunità offerte dalla ripresa economica post-bellica e dal boom dei consumi di massa, incentivati dall’affacciarsi sulla scena sociale di nuovi protagonisti e nuovi ceti.

Fra il 1970 ed il 1990 la crescita delle strutture ricettive raggiunge il suo culmine, con oltre 420 unità, e parallelamente si avvia un processo di ristrutturazione e riqualificazione del comparto turistico per far fronte alle nuove sfide dei mercati internazionali.


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