Rimini Dati Principali:

  • Popolazione -150.576
  • Superficie – 135.71 km2
  • Densità – 1.110 Abitanti/Km2
  • Altitudine -5 m.s.l.m.

Rimini (RéminRémni o Rémne in romagnolo,) è un comune italiano di 150 576 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia in Emilia-Romagna.

È il principale, nonché più popoloso, centro della Riviera romagnola, la seconda città per numero di abitanti (dopo Ravenna) di tutta la Romagna e la ventottesima città più grande d’Italia. Località di soggiorno estivo di fama internazionale, si estende per 15 km lungo la costa dell’Alto Adriatico, vanta una lunga tradizione turistica, fu infatti sulla spiaggia di Rimini che nel 1843 venne inaugurato il primo stabilimento balneare in Italia.

Colonia fondata infatti dai Romani nel 268 a.C., per tutto il periodo della loro dominazione è stata un fondamentale nodo di comunicazione fra il nord e il sud della penisola e sul suo suolo gli imperatori romani eressero monumenti dei quali restano tracce importanti, come l’Arco d’Augusto, punto di arrivo della Via Flaminia, il Ponte di Tiberio punto di partenza della Via Emilia e della Via Popilia e l’Anfiteatro; poi la Domus del Chirurgo, il più importante ritrovamento archeologico degli ultimi anni con la più completa collezione di strumenti chirurgici dell’antichità, un unicum in Italia, una piccola Pompei nel cuore della città.

A Rimini, nei primi anni del Trecento, si è formata una scuola di pittura giottesca, che rappresenta uno dei capitoli fondamentali della storia dell’arte e di cui la chiesa di Sant’Agostino e il Museo civico conservano molte opere. Tra queste, Il Giudizio universale di Giovanni da Rimini, l’esponente più celebre di questa scuola, rappresentata nel suo capostipite, Giotto, dal crocifisso nel Tempio Malatestiano, opera di Leon Battista Alberti.

È stata il feudo Malatesta, Sigismondo Malatesta, fu il signore di Rimini, la sua corte è stata una delle più vivaci dell’epoca, ospitando artisti come il già citato Leon Battista Alberti, Piero della Francesca, Roberto Valturio, Matteo de’ Pasti e producendo opere quali che fece realizzare due tra le testimonianze più alte del Rinascimento italiano: il già citato Tempio Malatestiano e Castel Sismondo, la sola opera ossidionale superstite di Filippo Brunelleschi.

Le prime tracce dell’insediamento umano nel territorio riminese risalgono al Paleolitico inferiore (oltre 800.000 anni fa). Il popolamento fu favorito già in epoca antica dalla posizione geografica e dalle caratteristiche morfologiche dell’area: colli ricchi di sorgenti idriche, allo sbocco dell’ampia valle del Marecchia (agevole via di comunicazione con l’alta valle Tiberina attraverso il valico di Viamaggio) e in prossimità del mare, che offriva buone possibilità di approdo alla foce del fiume.

L’arrivo dei Celti (390 a.C.) portò rapidamente alla decadenza e all’abbandono di numerosi insediamenti umbro-etruschi e contemporaneamente favorì lo sviluppo dei centri costieri di Ravenna e Rimini. Le tribù gallo-celtiche mantennero per quasi un secolo il controllo del territorio, fino alla battaglia di Sentino (295 a.C.), nella quale la coalizione di Galli, Umbri, Etruschi e Sanniti fu sconfitta dai Romani, che aprirono la strada alla colonizzazione della Gallia Cisalpina.

Nel 268 a.C., alla foce del fiume Ariminus (oggi Marecchia), in una zona del Piceno già abitata in precedenza dagli Etruschi, dagli Umbri, dai Greci, dai Piceni e dai Galli, i Romani “fondarono” la colonia di diritto latino di Ariminum. Lo statuto di colonia latina, conferito solitamente alle città fondate allo scopo di controllare e difendere nuovi territori, conferiva ad Ariminum il ruolo di stato autonomo, legato a Roma da trattati che ne regolamentavano il commercio, la difesa e i rapporti esteri.

Ariminum era snodo di importanti vie di comunicazione tra il Nord e il Centro Italia: la Via Flamina (220 a.C.), proveniente da Roma, la Via Emilia (187 a.C.), diretta a Piacenza, e la Via Popilia-Annia (132 a.C.), che collegava la città a Ravenna, Adria, Padova, Altinum e Aquileia. Di grande importanza era che il Porto di Rimini rappresentava la linea difensiva della flotta romana nell’alto Adriatico, mentre Brindisi era quella nel basso Adriatico. Inoltre, Rimini ed Arezzo erano le città di difesa con legioni stanziali all’epoca della II guerra punica.

Durante l’ultimo secolo dell’età repubblicana la città fu coinvolta nelle guerre civili, rimanendo sempre fedele al popolo romano e a Caio Mario. Per questa sua secolare fedeltà a Roma, ad Ariminum furono riconosciuti nel 90 a.C. la cittadinanza romana e il rango di primo municipio cispadano. Nel 49 a.C., dopo il passaggio del Rubicone (che segnava l’inizio del territorio urbano di Roma, il Pomerium, e di cui è tuttora incerta l’identificazione), Giulio Cesare rivolse un discorso alle proprie legioni nel Foro di Rimini, pronunciando la celebre frase «Alea iacta est» (il dado è tratto).

Nella prima età imperiale Rimini godette di un lungo periodo di prosperità e rinnovamento urbano, e fu oggetto delle attenzioni degli imperatori Augusto, Tiberio e Adriano, che promossero la costruzione di grandi opere pubbliche e monumenti, quali l’Arco d’Augusto, il Ponte di Tiberio, il teatro e l’anfiteatro. Un generale riassetto interessò la rete dell’acquedotto, il sistema delle fognature e le strade cittadine, che furono lastricate e rialzate in alcuni tratti.

Dal III secolo d.C., ormai perduto quel ruolo diretto nella storia d’Italia che la città aveva raggiunto all’epoca di Augusto, Ariminum fu soggetta a un progressivo declino e a trasformazioni sociali e culturali, tra cui la diffusione di culti orientali, dovuti ai rapporti commerciali e alla presenza di numerosi funzionari e mercanti stranieri. Le prime invasioni barbariche, affrontate con la costruzione di una nuova cinta muraria in età aureliana, portarono a un’inesorabile decadenza e ad un arresto dell’espansione urbana.

Rimini, già sede vescovile dal 313, ospitò nel 359 un concilio di oltre 300 vescovi occidentali a difesa dell’ortodossia cattolica contro l’arianesimo, religione professata da molti popoli germanici che avevano invaso l’Italia. Secondo la tradizione il primo vescovo riminese fu San Gaudenzio, giunto da Efeso e ucciso dagli ariani nel 360.

Il Medioevo

In epoca tardo antica Rimini fu coinvolta nelle vicende della guerra greco-gotica, che ne decimò la popolazione e portò ad un progressivo abbandono di alcune aree interne alla cinta muraria. Nel 538 la città venne assediata dalle truppe del goto Vitige, intenzionato a farne un presidio militare per la difesa di Ravenna, fu occupata dai Goti nel 549 e infine conquistata dal generale bizantino Narsete.

Sotto la dominazione bizantina fu costituita la Pentapoli marittima, composta dalle città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona. Il territorio della Pentapoli, insieme a quello dell’Esarcato, fu donato alla Chiesa nel 756 dal re dei Franchi, Pipino.

La città divenne un libero comune nel corso del XII secolo, durante il periodo delle lotte per le investiture tra Chiesa e Impero. Nel XIII secolo iniziò un periodo di intensa attività urbanistica ed edilizia. Il centro del potere civile divenne la Piazza del Comune (l’attuale piazza Cavour), dove furono edificati il Palazzo dell’Arengo e il Palazzo del Podestà. L’antico Foro per secoli ospitò il mercato e, successivamente, tornei e giostre equestri.

Le più potenti famiglie nobiliari riminesi, i guelfi Gambacerri e i ghibellini Parcitadi, si contesero il potere civile per tutto il XIII secolo. Dopo una prima fase in cui la città sposò la causa ghibellina, Rimini divenne guelfa, grazie all’avvento della famiglia dei Malatesta da Verucchio, il cui capostipite fu Malatesta il Vecchio, detto anche il Mastin Vecchio e ricordato nella Divina Commedia di Dante.

La signoria malatestiana

I Malatesta assunsero la preminenza tra i guelfi riminesi nel 1248, dopo la rotta subita a Parma dall’imperatore Federico II di Svevia. Malatesta il Vecchio riportò gli esiliati Gambacerri al governo della città, divenendo una figura molto popolare e di prestigio.

Nel 1295 Rimini, sconfitti definitivamente i Parcitadi, fu conquistata dai Malatesta, che ne fecero la capitale della signoria. Per circa due secoli la città ebbe l’egemonia su un vasto territorio, che superò i confini geografici della Romagna, estendendosi fino a Sansepolcro (1370-1430), Sestino e Senigallia.

Alla morte di Malatestino (1317), Pandolfo Malatesta divenne signore di Rimini; dopo la sua morte la città passò nelle mani di Ferrantino, mentre ai figli Galeotto e Malatesta “guastafamiglia” spettarono i territori marchigiani. Nel 1343, dopo un lungo periodo di dissidi e lotte intestine tra i membri della famiglia, a Rimini salirono al potere gli stessi Galeotto e Malatesta. Il dominio su Rimini passò prima nelle mani di Galeotto I (1364) e poi di Carlo (1385), che si distinse per capacità politiche e diplomatiche.

Sigismondo Pandolfo Malatesta, salito al potere nel 1432, fu uno spregiudicato capitano di ventura e allo stesso tempo grande mecenate. Sigismondo militò prima al soldo pontificio contro i Visconti, poi a fianco di Francesco Sforza contro il Papa, con la lega tra Firenze e Venezia, con i Senesi e infine contro Pio II. Si assicurò prestigio dinastico attraverso accorte sistemazioni matrimoniali, sposando Ginevra d’Este (morta nel 1440), Polissena Sforza e, nel 1456, Isotta degli Atti, e volle dare lustro al proprio nome con la costruzione del Tempio Malatestiano e di Castel Sismondo. Nel 1463 Sigismondo fu sconfitto dalle truppe pontificie guidate da Federico da Montefeltro, duca di Urbino e suo acerrimo rivale.

Alla morte di Sigismondo (1468) iniziò un periodo di lotte dinastiche tra i figli Sallustio e Roberto, detto “il Magnifico”. Valente condottiero e abile diplomatico, Roberto fu escluso dal governo della città per volere dello stesso Sigismondo, ma riuscì a impadronirsi di Rimini, venendo accusato della morte dei fratelli e della matrigna Isotta. Pandolfo IV, ostile alla nobiltà locale (che lo soprannominò “Pandolfaccio”), e il figlio Sigismondo II furono gli ultimi signori della casata malatestiana, ormai giunta a un definitivo declino, prima dell’annessione allo Stato della Chiesa.

In quello stesso 1503 i signori della Romagna spodestati dal duca Cesare Valentino Borgia, approfittando della morte del padre papa Alessandro VI, offrirono di sottomettersi alla Repubblica di Venezia a condizione di riavere i loro antichi domini: il Senato veneziano accettò e la Serenissima prese possesso di Rimini, Faenza e altre città. L’atto irritò profondamente il nuovo pontefice, il genovese Giulio II, il quale, imprigionato il Borgia, intendeva ristabilire il possesso pontificio di quelle terre. Il papa spinse dunque il 22 settembre 1504 Francia e Impero a stringere con lui a Blois un triplice trattato per la futura spartizione dei domini Veneziani. Nel 1505 Venezia si offrì dunque di restituire al papa le terre occupate, ad eccezione di Rimini e Faenza, frattanto, preoccupata per la crescente crisi del commercio. Il papa incitò allora il nuovo imperatore Massimiliano I d’Asburgo ad attaccare Venezia, scendendo in Italia con il pretesto del proprio viaggio d’incoronazione a Roma. Sconfitto, però, Massimiliano rischiò persino di perdere Trieste e Fiume e fu costretto a chiedere una tregua. Quando il doge, in virtù delle proprie antichissime prerogative episcopali pretese di nominare il nuovo vescovo di Vicenza, i principali Stati europei trovarono il casus belli per attaccare la Repubblica, accusata di prevaricare il diritto pontificio sui Vescovi. Il 23 marzo 1500 Giulio II aderì pubblicamente alla lega di Cambrai con la Francia, l’Impero, la Spagna e il Ducato di Ferrara, lanciando l’interdetto sulla Serenissima e nominando il duca Alfonso I d’Este Gonfaloniere di Santa Romana Chiesa. I veneziani vennero sconfitti dai francesi nella Battaglia di Agnadello. A quel punto però, il papa, preoccupato dal crescente potere degli stranieri sull’Italia, il 24 febbraio 1510, ritirato l’interdetto, si alleò con Venezia, scomunicando Alfonso d’Este e chiamando in soccorso gli Svizzeri. Venezia, sopravvissuta al pericolo della guerra della Lega di Cambrai, si tenne in disparte rispetto ai nuovi conflitti italiani ed europei concentrandosi sulla minaccia turca. Alla fine dei conflitti però fu costretta a cedere le terre della Romagna allo Stato Pontificio.

Rimini nello Stato Pontificio

Nel 1509, dopo la caduta dei Malatesta e il breve periodo di dominazione veneziana, ebbe inizio il governo pontificio della città, che divenne parte per quasi trecento anni della Legazione di Ravenna. Dal punto di vista territoriale e politico Rimini non era più capitale di uno Stato autonomo, quanto piuttosto una città marginale dello stato pontificio.

La città fu duramente provata dal passaggio dell’esercito imperiale di Carlo V nel 1531 e dal transito delle truppe francesi nel 1577, che razziarono il territorio. A ciò si aggiunsero frequenti inondazioni provocate dalle piene del Marecchia, gravi epidemie e carestie, che colpirono periodicamente la città e le campagne.

Nel 1672 la città fu scossa da un violento terremoto, che provocò il crollo parziale di abitazioni e di alcuni edifici pubblici, tra cui il palazzo comunale, la cattedrale, la chiesa dei Teatini e quella di San Francesco di Paola.

Il XVIII secolo fu caratterizzato da una grande vivacità della vita cittadina, da un rinnovamento del tessuto edilizio e da una generale ripresa economica, nonostante il ripetersi di alluvioni, passaggi di eserciti e terremoti, che tornarono a colpire la città nel dicembre 1786, provocando danni ingenti a numerosi edifici pubblici e privati[40]. In misura maggiore rispetto al secolo precedente, nel Settecento Rimini si distinse nell’ambito degli studi scientifici e letterari con l’opera degli scienziati Giovanni Bianchi, Giovanni Antonio Battarra e Michele Rosa, del cardinale e storico Giuseppe Garampi e del poeta Aurelio Bertola.

Il XIX secolo

Dopo l’ingresso a Rimini di Napoleone Bonaparte, avvenuto nel febbraio 1797, la città fu annessa alla Repubblica cispadana prima e, dal 27 luglio dello stesso anno, alla Repubblica cisalpina. A Rimini fu conferito – anche se per breve tempo – il titolo di capitale del Dipartimento del Rubicone, qualifica che mantenne fino all’unificazione dei due dipartimenti romagnoli, avvenuta nel 1798.

A Rimini il 30 marzo 1815, giunto dal Regno di Napoli, Gioacchino Murat lanciò il Proclama di Rimini, attraverso il quale esortò gli italiani a combattere uniti per la costituzione del Regno d’Italia.

Nel 1831 le truppe austriache calarono in Romagna per reprimere l’insurrezione scoppiata nello Stato pontificio che aveva portato alla creazione del governo delle Province Unite Italiane da parte delle legazioni di Ravenna, Forlì, Bologna e Ferrara. Alle porte della città, in località Celle, duemila volontari combatterono una battaglia contro gli austriaci; lo scontro, ricordato da Giuseppe Mazzini nel suo scritto “Una notte di Rimini”, si concluse con la restituzione del territorio romagnolo allo Stato pontificio.

Il 30 luglio 1843 fu inaugurato il primo “Stabilimento privilegiato dei Bagni Marittimi”, sul modello delle già affermate località balneari francesi e mitteleuropee.

L’annessione al Regno di Sardegna avvenne il 5 febbraio 1860, quando il Consiglio comunale di Rimini votò il provvedimento con due soli voti contrari; l’esito fu confermato dalla volontà popolare l’11 marzo dello stesso anno. L’anno seguente Rimini fu raggiunta dalla ferrovia Bologna-Ancona (1861). La strada ferrata, posta a mare della città, nella prospettiva di un futuro sviluppo del porto, consentì più agevoli collegamenti con il resto d’Italia, contribuendo in modo decisivo al grande sviluppo dell’economia turistica.

Dopo l’annessione al Regno d’Italia Rimini continuò ad essere al centro di avvenimenti politici di grande importanza. Nel 1872 la città ospitò la conferenza che sancì la nascita dell’anarchismo e la contestuale divisione degli anarchici di Mikhail Bakunin dai seguaci di Karl Marx; due anni più tardi, nel 1874, a Villa Ruffi, alla storica riunione tra anarchici e repubblicani, furono arrestati Aurelio Saffi e Alessandro Fortis, con l’accusa di cospirazione insurrezionale. Nell’agosto 1881 Andrea Costa fondò a Rimini il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna.

Il XX secolo

Il 24 maggio 1915, nel giorno seguente alla dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, e il 18 giugno dello stesso anno, Rimini subì bombardamenti navali austriaci, che provocarono ingenti danni ma nessuna vittima. Nel dicembre 1915 e nei primi mesi del 1916 la città subì le prime incursioni aeree nemiche, ad opera di bombardieri austriaci decollati da Pola ed aventi come obiettivo le officine ferroviarie. La difficile situazione creata dalle ostilità del primo conflitto mondiale ebbe gravi ripercussioni sull’economia cittadina, a causa della chiusura della stagione dei bagni. Nel 1916 un forte terremoto danneggiò seriamente palazzi storici, chiese e monumenti, tra cui la chiesa di Sant’Agostino, il palazzo comunale e il Teatro Vittorio Emanuele II.

Nel 1922 Riccione, all’epoca frazione del comune di Rimini, che si era sviluppata velocemente come località balneare, divenne comune a sé stante. Con il regime fascista il turismo d’élite fu soppiantato dalla nascita del turismo di massa, con la costruzione di numerosi alberghi, pensioni e villini, e l’apertura di colonie marine nelle frazioni periferiche; la città storica fu invece interessata dagli interventi di risanamento del Borgo San Giuliano (1931) e di isolamento dell’Arco d’Augusto (1938). Nello stesso periodo furono costruite opere di grande importanza per il futuro assetto urbano, tra cui il deviatore del Marecchia (1931), il lungomare (a partire dal 1935) e l’aeroporto di Rimini-Miramare (1938). Nel 1939 l’aeroporto divenne sede di un reparto dell’aeronautica militare e scalo della linea aerea Roma-Venezia.

Durante la seconda guerra mondiale, tra il 1º novembre 1943 e il settembre 1944 nel corso dell’Operazione Olive, il cui scopo era di sfondare la Linea Gotica, su Rimini furono effettuate 11.510 missioni aeree, di cui 486 nella sola giornata del 18 settembre, e furono distrutti o danneggiati 754 mezzi corazzati. Secondo una stima tedesca, alla fine della battaglia più dell’80% di Rimini era stata rasa al suolo e migliaia di civili perirono negli scontri e nei bombardamenti. I riminesi abbandonarono la città, ormai quasi completamente distrutta, per rifugiarsi nelle campagne circostanti e nella vicina Repubblica di San Marino, dichiaratasi neutrale e quindi ritenuta sicura. Tra il 25 agosto e il 30 settembre 1944 le forze tedesche, comandate dal generale Traugott Herr, e le forze alleate (Regno Unito, Canada, Nuova Zelanda e Grecia), guidate dal generale Harold Alexander, si scontrarono presso Rimini, nelle vicinanze della Linea Gotica, combattendo una delle più sanguinose battaglie di tutta la Campagna d’Italia. Rimini fu liberata il 22 settembre.

Il secondo dopoguerra fu caratterizzato da una rapida ricostruzione e da un’enorme crescita del settore turistico. Gli alberghi principali erano il Grand Hotel (Arpesella), Il Villa Rosa Riviera (Marchetti), l’Excelsior Savoia, l’Aquila d’Oro (Grossi), l’hotel Amati (Amati). Rimini, grazie a tali albergatori pionieri, al giro di cambiali, al Credito Romagnolo e all’aeroporto, era divenuta una delle più importanti località turistiche d’Italia e d’Europa. Conobbe un forte incremento demografico: i circa 77 000 abitanti del 1951 diventarono oltre 100 000 nel 1963 per effetto del movimento migratorio dall’entroterra, nonostante la fondazione del nuovo comune di Bellaria-Igea Marina (1956). Nel 1992 Rimini divenne capoluogo dell’omonima provincia, ottenendo l’autonomia amministrativa dalla Provincia di Forlì.

Le frazioni di Rimini sono Bellariva, Centro storico, Marebello, Marina Centro, Miramare, Rivabella, Rivazzurra, San Giuliano Mare, Torre Pedrera, Viserba, Viserbella.

Cod. postale47921–47924
Prefisso541
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT099014
Cod. catastaleH294
TargaRN
Cl. sismicaZona 2 (sismicità media)
Nome abitantiRiminesi
PatronoSan Gaudenzio (patrono)
San Giuliano (compatrono)
Giorno festivo14 Ottobre

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