Storia di Rimini – Ariminum

Lungo la storia di Rimini, nel 268 a.C., alla foce del fiume Ariminus (oggi Marecchia), in una zona del Piceno già abitata in precedenza dagli Etruschi, dagli Umbri, dai Greci, dai Piceni e dai Galli, i Romani “fondarono” la Colonia di Diritto Latino di Ariminum. Lo statuto di colonia latina, conferito solitamente alle città fondate allo scopo di controllare e difendere nuovi territori, conferiva ad Ariminum il ruolo di stato autonomo, legato a Roma da trattati che ne regolamentavano il commercio, la difesa e i rapporti esteri. I coloni latini che si insediarono nel riminese, circa 25.000, provennero dalle città del Latium vetus o arcaico che per 200 anni fu in guerra contro Roma: AriciaTusculumTiburSuessa PometiaVelitraeArdea; il rapporto con l’odierna Ariccia è testimoniato dall’introduzione del culto di Diana, che ad Aricia era Diana Aricina e a Rimini divenne Diana Arimina.

Storia di Rimini

Dopo la prima guerra punica (264-241 a.C.) il console Gaio Flaminio Nepote promosse un ampio programma di riorganizzazione amministrativa ed economica di tutto il territorio a sud di Ariminum, l’ager gallicus, che fu centuriato ed assegnato ai coloni; allo stesso tempo diede inizio alle politiche espansionistiche romane verso la Cispadana. La strategica posizione geografica della città, a presidio della Pianura Padana, ne fece un bastione contro l’avanzata dei Galli, e un avamposto per le conquiste romane verso nord. Ariminum era snodo di importanti vie di comunicazione tra il Nord e il Centro Italia: qui terminava la Via Flaminia (220 a.C.), proveniente da Roma. Da Ariminum si dipartivano: la Via Emilia (187 a.C.), diretta a Piacenza, e la Via Popilia-Annia (132 a.C.), che collegava la città a Ravenna, Adria, Padova, Altinum e Aquileia. Le grandi direttrici viarie ebbero un ruolo fondamentale non solo per i commerci e gli spostamenti dell’esercito romano, ma anche per il popolamento e la riorganizzazione del territorio stesso. È importante considerare che durante la seconda guerra punica le legioni di Arezzo e Rimini presidiarono i confini.

Il porto, del quale oggi non rimane traccia, ma che si è riconosciuto essere nei pressi dell’odierna stazione ferroviaria, ebbe un ruolo rilevante nello sviluppo dell’economia cittadina. L’agricoltura soddisfaceva il solo fabbisogno locale ed era basata sulla coltivazione di cereali, alberi da frutto, viti, ulivi e ortaggi. In pianura prevalevano insediamenti sparsi di piccola e media dimensione – sebbene sia documentata la presenza di strutture più complesse, le ville – mentre sulle colline circostanti, dove l’intervento dell’uomo fu più limitato, si estendevano ancora ampie zone boschive.

Durante l’ultimo secolo dell’età repubblicana la città fu coinvolta nelle guerre civili, rimanendo sempre fedele al popolo romano e a Caio Mario. Per questa sua secolare fedeltà a Roma, ad Ariminum furono riconosciuti nel 90 a.C. la cittadinanza romana e il rango di primo municipio cispadano. Nel 49 a.C., dopo il passaggio del Rubicone (che segnava l’inizio del territorio urbano di Roma, il Pomerium, e di cui è tuttora incerta l’identificazione), Giulio Cesare rivolse un discorso alle proprie legioni nel Foro di Rimini, pronunciando la celebre frase «Alea iacta est» (il dado è tratto).

Nella prima età imperiale Rimini godette di un lungo periodo di prosperità e rinnovamento urbano, e fu oggetto delle attenzioni degli imperatori Augusto, Tiberio e Adriano,che promossero la costruzione di grandi opere pubbliche e monumenti, quali l’Arco d’Augusto, il Ponte di Tiberio, il teatro e l’anfiteatro. Un generale riassetto interessò la rete dell’acquedotto, il sistema delle fognature e le strade cittadine, che furono lastricate e rialzate in alcuni tratti.

Ariminum era l’estrema colonia meridionale della regio VIII Aemilia, coincidente quasi esattamente all’attuale Emilia-Romagna, ed aveva come confini il Rubicone a nord e il Crustumius (Conca) a sud. La città era organizzata amministrativamente in sette vici, dei quali non sono noti i confini (ma di quattro di essi è noto il nome: Dianense, Germalo, Velabrense, Aventiniense). Il governo cittadino era retto unitamente da due magistrati (duoviri), mentre le attività di polizia e l’amministrazione erano affidate rispettivamente agli aediles e ai quaestores.

Dal III secolo d.C., ormai perduto quel ruolo diretto nella storia d’Italia che la città aveva raggiunto all’epoca di Augusto, Ariminum fu soggetta a un progressivo declino e a trasformazioni sociali e culturali, tra cui la diffusione di culti orientali, dovuti ai rapporti commerciali e alla presenza di numerosi funzionari e mercanti stranieri. Le prime invasioni barbariche, affrontate con la costruzione di una nuova cinta muraria in età aureliana, portarono a un’inesorabile decadenza e ad un arresto dell’espansione urbana.

In seguito all’editto di Costantino (313) e al riconoscimento ufficiale del Cristianesimo da parte delle autorità politiche romane, sorsero i primi luoghi di culto cristiani, inizialmente fuori dalle mura; in un secondo momento numerose chiese, tra cui la cattedrale, dedicata a Santa Colomba, furono costruite all’interno del perimetro urbano. Rimini, già sede vescovile dal 313, ospitò nel 359 un concilio di oltre 300 vescovi occidentali a difesa dell’ortodossia cattolica contro l’arianesimo, religione professata da molti popoli germanici che avevano invaso l’Italia. Secondo la tradizione il primo vescovo riminese fu San Gaudenzio, giunto da Efeso e ucciso per mano degli ariani nel 360.

La statua di Piazza Cavour risale al 1613 ma il suo copricapo attuale fu ripristinato solo nel 1890. Infatti, temendo ritorsioni dell’esercito napoleonico, nel 1800 la tiara originaria fu sostituita con la mitra e l’iscrizione venne sostituita con un’altra che indicava nella figura rappresentata San Gaudenzo patrono di Rimini, non un pontefice.


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